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Sfida avvincente nella crisi trovare risposte con la Mixed Reality
(Aaron, Milano)

Prendiamo il toro per le corna senza ulteriore indugio: io il lockdown l’ho passato “bene”.

Ora però bisogna spiegare il virgolettato. Quindi è opportuno, come primissima cosa, un disclaimer all’anglosassone: sono un introverso, tendenzialmente mutanghero e pensatore. Mi vien da dire anche un po’ autistico e disadattato, ma l’importante è rendersene conto. Lo sono sempre stato un INFP (Introvert, Intuitive, Feeler, Perceiver) anche se, suonando da quando sono bambino e avendo anche sfiorato il professionismo come musicista, non mi faccio troppi problemi a salire su un palco per fare l’idiota con un fez leopardato in testa.

In ogni caso, complici anche una serie di condizioni al contorno e non ultimo il fatto che non abito più in un angusto e fredd/orovente sottotetto milanese, durante la pausa forzata ho sostanzialmente seguito un canovaccio già stilato in precedenza: studiare, aggiornarmi e sperimentare vagando per decine di angoli oscuri del mio lavoro legato alla tecnologia e quindi in continua, velocissima, più-che-esponenziale evoluzione. Infatti, dopo aver passato buona parte della mia vita a scrivere codice – sono quaranta (!) anni che lo faccio e ancora mi piace e ditemi voi se questo non è essere un po’ disadattati – nel 2019 ho deciso di lasciare un lavoro ottimo, anche se lontano dalla mia natura esplorativa, per salire completamente a bordo dell’astronave FishboneCreek.

Facevo già parte dell’equipaggio, ma riuscivo – tristemente – a dedicare ad esso solo una piccola parte del mio tempo. Con questo cambio ed ora saldamente in plancia, il piano sarebbe stato quello di mettere strategicamente a catalogo le ultime evoluzioni della Realtà Virtuale – mio cavallo di battaglia dai primi anni ’90 – ben conscio della reazione a catena che ne sarebbe scaturita: videogiochi, dispositivi, interfacce, strumenti di sviluppo, linguaggi, arti visuali, musica, solo per citare i primi che ho toccato in questi mesi… una cascata di argomenti che una società nata come pool di autori televisivi e teatrali e successivamente evolutasi anche in direzioni tecnologiche e cross-mediali ha nel suo stesso codice genetico, mutante e poliedrico.In pratica il piano non è cambiato di una virgola. Ormai da anni FishboneCreek ha capito che non è più possibile scindere media e contenitori, forme e contenuti in categorie precise. La realtà è diventata liquida, le interfacce sono esse stesse informazione, i confini si spostano, i dispositivi che portiamo in tasca offrono potenzialità oltre ogni più rosea previsione rispetto a quando lasocietà vide la luce nel 2004. La narrazione non lineare, l’interattività pervasiva, gli user-generated contents e le dinamiche dei social network hanno cambiato completamente l’arte della narrazione.

È abbastanza ovvio quello che in questo scenario può rappresentare la Realtà Virtuale – o meglio parliamo di Mixed Reality, cappello per tutte le tecnologie immersive che ci portano dal“completamente reale” al “completamente virtuale” passando anche per Realtà Aumentata, video e immagini a 360 gradi e altre numerose contaminazioni.Tra le altre cose la Mixed Reality è attualmente la migliore approssimazione che abbiamo del teletrasporto di Star Trek. Anche questo è stato uno dei molti temi dei nostri brainstorming a distanza, visto che a causa del COVID19 buona parte della popolazione mondiale si è resa conto di buttare via tempo e soldi in spostamenti fisici non strettamente necessari.

Al netto del digital divide, se svolgiamo il nostro lavoro davanti a un computer le probabilità che in quel momento la nostra posizione sul globo terraqueo sia ininfluente sono già alte e diventano altissime grazie agli strumenti di comunicazione e telepresenza immersiva che da questa pandemia hanno avuto un impulso enorme. È triste che ci sia voluta una disgrazia di simili proporzioni per far nascere questa consapevolezza a livello globale, ma è andata così.

Per carità: non sono un talebano del virtuale. La comunicazione non verbale esiste, guardarsi nelle palle degli occhi e possibilmente bersi delle birre insieme è importante, ma non sempre e non per forza. Sia chiaro, non sono tutte rose e fiori con la MR. Ad esempio, nella cinematografia ormai si è affermato un linguaggio ben preciso e maturo fatto di inquadrature, tempi, luci, colori e movimenti di camera, con sintassi e semantica ben definite e grandi autori che, come con tutti i linguaggi umani, queste regole le conoscono così bene da potersi permettere di sfidarle e violarle in maniera geniale. Nel campo della Mixed Reality da questo punto di vista nulla è ancora deciso o standardizzato. La battaglia è ora, con i ben noti giganti che scommettono su una o un’altra tecnologia e visione. Facebook punta sulla VR e chi ha visto Ready Player One non può non farsi delle domande, Apple sembra essere interessata molto più al versante AR e Google sta nel mezzo e chi ha visto Iron Man non può non farsi delle domande e insomma, ecco, ci facciamo delle gran domande, il che è un bene.

Farsi la domanda giusta è il primo passo per trovare la risposta. Queste sono tecnologie storicamente etichettate come “soluzioni alla ricerca di un problema” fin da quando sono nate nei laboratori di NASA e Boeing decine di anni or sono. Ora sembra che di problemi da risolvere ce ne siano e che le tecnologie associate alle soluzioni siano arrivate ad un accettabile livello minimo. Lontani sono i tempi dei caschi da cinque chilogrammi e decine di migliaia di dollari che qualcuno ricorderà come lo fa ogni giorno la mia cervicale con me: ora abbiamo caschi – anzi, HMD, head mounted displays – come Oculus Quest che sono stand-alone, senza cavi tra i piedi e a prova di nausea cyberspaziale, a prezzi irrisori rispetto al passato. Esiamo solo all’inizio. La scommessa è quindi decodificare il linguaggio della Mixed Reality che sta nascendo globalmente proprio ora, con il giusto mix di cuore, pancia, razionalità e pragmatismo. Dobbiamo evitare il rischio di fuggire (o farci travolgere) da un treno che – questa volta letteralmente – sta uscendo dallo schermo. Come disse Alan Kay: dopo migliaia di anni di invenzioni che amplificano la parte fisica dell’uomo abbiamo creato il computer, che ne amplifica la mente.

Ecco, siamo arrivati a quel punto dell’evoluzione umana, con tutti i potenziali vantaggi, le responsabilità e i pericoli che ne conseguono. La chiave sarà la lettura liquida di simboli, narrazioni, contenuti, interfacce, ecosistemi ed usabilità, a prescindere dalle specifiche soluzioni tecnologiche e relativi player di mercato.

Da quel punto di vista ritengo che essermi imbarcato sull’astronave FishboneCreek, dove all’occorrenza si passa da Platone a Turing passando per il Bauhaus e le Lezioni Americane di Calvino, sia stata la migliore scelta possibile.Quindi, ecco spiegato il mio passare “bene” il lockdown.

Al netto della disgrazia – anche io come tutti ho avuto lutti dolorosi, ho seguito con apprensione le statistiche e tirato un sospiro di sollievo quando la curva ha iniziato ad appiattirsi – fosse per me farei un mese di lockdown all’anno. Non sono l’unico, l’ho letto e sentito anche da altre parti, sui social, nella mia bolla di amici come me introversi e un po’ autistici, quindi chiedo anticipatamente scusa a chi – sono tanti – lo ha passato assai peggio.

Ma davvero credo che ogni tanto sia necessario fermarsi a pensare e magari annoiarsi anche un po’.

Sviluppatore, scrittore, insegnante e musicista, Aaron Brancotti è un visionario dell’hi tech, pioniere dell’Interaction Design e di Tecnologie Immersive, conosciuto nel Cyberspazio con ilnome di Babele Dunnit. in passato è stato anche collaboratore di Nicholas Negroponte, oggi è partner e “facilitatore tecnologico” dello studio creativo FishboneCreek

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Opportunità inaspettate anche nel training a distanza per malati di Parkinson
(Paola, Como)

Allenarsi a distanza ha rappresentato con le nuove tecnologie una nuova opportunità, una nuova sfida, vinta. Anche se la formazione sportiva non riguarda atleti ma persone malate di Parkinson.

“Tutto può cambiare e tutto deve cambiare, dobbiamo essere solo in grado di accettare questo cambiamento non come un’imposizione ma come una continua opportunità per metterci alla prova e scoprire dentro di noi qualche risorsa che magari non conoscevamo. Se sapremo far tesoro di questo periodo credo ne usciremo migliori… e la socializzazione sarà più profonda, più intensa, il valore di un abbraccio moltiplicato per mille…”.

Communication Project Manager di Lifegate,Paola Roncareggi, da veterana del volley ha messo la sua esperienza sportiva al sevizio di un’avventura entusiasmante nella formazione di persone malate di Parkinson, diventando assieme al compagno, Tiberio Roda imprenditore, i primi istruttori certificati in Italia della prima affiliata europea, a Como, di Rock Steady Boxing, pratica di pugilato senza contatto che ha effetti particolarmente benefici per chi soffre di questa patologia, nel coordinamento dei movimenti e nell’affrontare la malattia assieme, con passione.

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Dopo l’emergenza, verso l’epoca dei Creatori del Futuro
(Dario, Amburgo)

Avanguardia sociotecnologica consapevolezza sociale e autocoscienza: sono queste le doti dei Creatori del Futuro, che saranno i protagonisti della terza fase di questa emergenza, dopo quella dell’impotenza e del rischio, quella di una ripartenza con responsabilità. I Creatori del Futuro non si contraddistinguono in base a una mansione ma saranno medici, marinai, pizzaioli… e magari politici… persone in grado di differenziarsi per la capacità di vedere il progresso come percorso estremamente articolato, la capacità di diffondere questi concetti nel loro entourage. Persone aperte, capaci e creative. Il resto rimane un noioso e fallimentare passato.

Dario Milani è ingegnere aerospaziale (laurea e Master al Politecnico di Milano), ha lavorato per Airbus alla progettazione e realizzazione di aerei del futuro ad Amburgo, dove oggi si occupa di architettura di sistema per DM-Air Tech, che inventa strumenti di nuova generazione per analizzare il comportamento di aria e vento.

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Una scoperta il digitale che non sostituisce ma amplifica la didattica
(Luciano, Como)

L’emergenza ha confermato la capacità dell’essere umano di adattarsi a ogni situazione e tirare fuori il meglio. Nell’insegnamento, è occasione per fare in modo più sistematico quanto già si faceva prima: usare il digitale. E la didattica a distanza è stata motivo di un’intimità con gli studenti che a volte in aula manca. Dunque il digitale non sostituirà ma amplifica le potenzialità della didattica.

Luciano Canova scrittore eccentrico e docente insegna Economia Comportamentale e Basi della Comunicazione in Economia e Scienze al Master MEDEA (Management of Environmental and Energy Economics) della Scuola Mattei dell’Eni, con corsi di Economia all’Università di Pavia e alla Bocconi. Autore di numerosi saggi divulgativi, l’ultima sua pubblicazione è “Quando L’Oceano Si Arrabbia. Keynes per chi non lo ha mai letto” (EGEA 2020) Questo il suo sito web. Qui il suo podcast per Storielibere.fm in cui tratta in modo informale i temi economici, Favolosa Economia.

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Obbligati a cambiare. Noi già lo facevamo, altri lo capiscono ora
(Biagio, Catania)

La catastrofe, che sia naturale o artificiale, una di quelle che ci portano un cambiamento radicale che noi non possiamo controllare, è un’occasione per riflettere e trovare soluzioni che prima sembravano impossibili. La creatività fa quel che non riusciamo a fare se usiamo troppo la ragione e quando avviene, quello che non funzionava andrà via e quel che funzionava già prima ma ignoravamo potrebbe essere il nuovo che avanza e la nostra salvezza. Nella nostra vita, nel lavoro e in tutto.

Pioniere del digitale e del 3D in Sicilia, fondatore di Bdesign Italia e Reclog, collaboratore di Hyperloop e Singularity University, Biagio Teseo (qui il suo sito personale) da una spiaggia deserta (nella primavera siciliana) ha proposto una riflessione su come l’emergenza sia un’opportunità perchè costringe a cercare e trovare soluzioni che sembravano impossibili. Video pubblicato su YouTube nei giorni in cui Repubblica ricordava che la popolare piattaforma di diffusione video, in Rete dal giugno 2004, aveva avuto un predecessore italiano… e non ce ne siamo accorti: Orange Video, creato nove mesi prima da un giovane di grande talento: Biagio, all’epoca 36enne.

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Nuovi circoli virtuosi: dalle pagine agli schermi, dalla mente al cuore
(Arianna, Vancouver)

Dalla pagina allo schermo, dalla testa al cuore e ritorno: nuovi circoli virtuosi

Gli strappi della storia umana, che avvengano per via di un cataclisma, di una guerra o di un’epidemia, aiutano a riposizionarci, come individui e come membri di una collettività.

Per vivere scrivo, traduco, insegno letteratura. La fiction è il mio pane quotidiano, mi nutro e vivo di quella. Ho quindi utilizzato la pausa di riflessione forzata imposta dal Covid-19 per esplorare un nuovo ambito creativo, in cui far convergere le mie tre passioni-professioni: la scrittura creativa, la mediazione cultural-linguistica, la condivisione del sapere letterario.

Abito a Vancouver in Canada, la città che in questi ultimi anni si è affermata come uno degli hub più dinamici nel settore della produzione cinematografica. Così, dopo aver pubblicato in inglese il mio romanzo The Afrikaner (Guernica, 2019), ispirato agli anni trascorsi in Sudafrica come corrispondente internazionale, ho deciso di scriverne la sceneggiatura insieme a un collega. E’ stata un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo: un altro linguaggio (quello tecnico e altamente “visivo” del cinema), un altro modo di “tradurre” (dalla pagina allo schermo, da parole di testo a immagini), un’altra possibilità d’insegnare letteratura (comparando un testo letterario al suo adattamento cinematografico; ho una lunga lista di titoli a disposizione, dal Nome della rosa di Umberto Eco a Seta di Alessandro Baricco).

Questo per quanto riguarda il mio percorso a livello individuale.

Spostandomi sul piano collettivo, ho notato che in una città come Vancouver lo scardinamento del tran tran quotidiano causato dal Covid-19 ha in alcuni casi innescato e in altri solo accelerato una serie di cambiamenti già in nuce sul modo delle persone di viversi come membri attivi e responsabili di una comunità allargata.

Nella pratica, questo si traduce in:

  • Una maggiore attenzione a come e cosa si consuma (predilezione per produzione locale/nazionale, possibilmente a chilometro zero) e a come ci si sposta (a piedi, in bicicletta, con lo skateboard, con macchine elettriche, con i mezzi pubblici).
  • Una propensione a una dieta vegetariana (e tendenzialmente vegana) come scelta etica fintanto che non verranno presi in seria considerazione i diritti degli animali.
  • Una ricerca di equilibrio tra corpo e mente, tra emozioni e razionalità (con forte incremento di pratiche yoga e di meditazione ma anche di letture ben ponderate e, soprattutto, “attendibili”) che contribuisca a limitare i desideri immediati (“cravings”, in inglese), la ricerca affannosa e compulsiva di esperienze ed emozioni, l’adesione a-critica a credi/ideologie, la passiva accettazione di opinioni non supportate da fatti concreti e fonti attendibili.
  • Un atteggiamento di fiducia nei confronti del futuro e dei giovani che saranno chiamati a traghettarci verso nuove forme di convivenza, cooperazione e creatività diffuse.

Ecco, in sintesi, come vedo (o forse, perlomeno, auspico) lo svilupparsi di nuovi circoli virtuosi, qui in Canada come nella mia natia Italia, che colleghino le pagine delle nostre vite agli schermi dei nostri computer, la mente al corpo, la testa al cuore: in andata e ritorno.

Arianna Dagnino, PhD ottenuto alla University of South Australia, insegna alla University of British Columbia. E’ autrice di libri in italiano e in inglese, tra cui il romanzo The Afrikaner (Guernica, Toronto, 2019), presto anche in tedesco e italiano, www.ariannadagnino.com. Nel 2015 ha pubblicato un importante saggio su letteratura e migrazioni, “Transcultural Writers and Novels in the Age of Global Mobility” (Purdue University Press).

Assieme al marito Stefano Gulmanelli Arianna è stata protagonista di un’esperienza professionale e di vita unica, progettando autonomamente esperienze di vita prima in Sudafrica poi con i figli in Australia e ora in Canada (ottenendo entrambi dottorati di ricerca negli atenei di Adelaide e Vancouver). Un percorso da intellettuali globali che ha realizzato quanto prefigurato già nel 1996 da Arianna nel suo profetico “I Nuovi Nomadi” (Castelvecchi)

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“Tempi interessanti” se cambieranno il nostro impatto sull’ambiente
(Manuel, Brianza)

Si dice che in Cina si possa maledire qualcuno con la frase: “Che tu possa vivere in tempi interessanti” dove per tempi interessanti s’intendono periodi storici di profonda incertezza dovuti a guerre, crisi economiche e perché no pandemie.

Ma ogni crisi oltre alle oggettive difficoltà che ci presenta, può essere occasione per seguire strade meno battute e rivoluzionare la graduatoria delle nostre priorità.

Mi chiamo Manuel Camia, sono un filmmaker, e negli ultimi anni sto dedicando molte delle mie energie alla realizzazione di documentari che affrontano il tema ambientale.
Nello specifico, l’ultimo anno sta vedendomi impegnato nella realizzazione di un documentario sui ghiacciai, Montagne di Plastica, riprese interrotte dallo scoppio dell’emergenza Covid-19 che ne sta rallentando lo sviluppo.

Tra i tanti settori gravemente colpiti ci sono infatti il turismo e lo spettacolo, e sapersi reinventare o trovare nuove soluzioni diventa fondamentale per adattarsi alla nuova realtà.
Mentre partivano i preparativi per  la nuova fase di ripresa, a causa del lockdown abbiamo dovuto trovare soluzioni alternative riducendo la troupe e il materiale da portare con noi.


La situazione si è complicata anche per la mancanza di strutture come i rifugi alpini che in diversi casi non avevano ancora riaperto e si stanno riorganizzando per soddisfare le nuove norme.
Questo per noi implicava non avere una base fissa dove ricaricare le batterie dei dispostivi, scaricare il materiale girato di ogni giornata e un’attenzione particolare alle previsioni meteorologiche considerata l’attrezzatura che trasportiamo.
Per i proprietari dei rifugi vuol dire aver perso gran parte dell’utile annuale.
In tutto questo, anche lo studio condotto ha dovuto e saputo rinnovarsi sfruttando il periodo post-lockdown per indagare con i campionamenti lo stato del ghiaccio dopo mesi senza passaggio antropico.



Il lockdown è stato però, tra le tante cose, anche occasione per investigare su più livelli il tema ambientale.
Se nell’ultimo anno il dibattito era tornato di grande interesse sulla scia dell’effetto Greta, negli ultimi mesi è stato discusso in rapporto alla pandemia.
Quanto incide la deforestazione nella possibilità di creare nuovi spillover? Si può essere sani in un ambiente malato?

Queste erano alcune delle domande più frequenti nei tanti talk che riempivano il palinsesto televisivo, tuttavia durante le sessioni su Zoom con i ricercatori era un’altra la questione che ci ponevamo: la pandemia rappresenterà un’occasione per affrontare concretamente la sfida al cambiamento climatico e i problemi ambientali?

Domanda sicuramente complessa.
L’evidenza conferma che non esiste momento migliore per attuare finalmente la transizione green e l’Europa sembra aver preso consapevolezza del problema e voler intervenire.
Bisogna però fare i conti con realtà politiche che ancora oggi negano quanto la scienza afferma da anni, e considerato che  tra queste file annoveriamo alcuni dei governi più influenti del globo, ci aspetta ancora un grande lavoro comunicativo e politico da intraprendere.

Le difficoltà economiche conseguenti la pandemia potrebbero essere un ulteriore freno, in molti temono che i paesi meno attenti al problema ecologico possano incentivare l’uso di combustibili fossili e bloccare i finanziamenti necessari per attuare la transizione. C’è però l’altra faccia della medaglia ed è giusto sottolineare come stia crescendo un sentimento generale di attenzione alla situazione del nostro ambiente e del clima nel pubblico, specialmente nei giovani.
Una minaccia invisibile come quella del virus è stato un forte campanello d’allarme capace di aiutare le persone a percepire come minacce reali anche quelle che non si riescono a vedere e si muovono su scale temporali diverse da quelle che normalmente prendiamo in considerazione nel quotidiano.
Durante la quarantena abbiamo tutti imparato a familiarizzare con le curve logaritmiche, il tentativo di appiattire per poi ridurre il picco epidemico ha ricordato la necessità d’intervenire anche su un altro grafico: quello delle emissioni.

L’emergenza sono convinto porterà inizialmente una nuova consapevolezza, la nostra attenzione dovrà essere dedicata a tenerla viva e non lasciare che si spenga con il passare delle settimane.

Le persone imparano solo quando le cose si mettono male” ha dichiarato in passato il regista giapponese Hayao Miyazaki, ed è innegabile come siano le difficoltà a spingerci a trovare nuove soluzioni e sfidarci per dare il nostro meglio.
Nonostante il mio settore e in generale i lavoratori autonomi siano stati particolarmente coinvolti, questa crisi mi ha confermato di aver intrapreso una strada in cui credo, a discapito delle difficoltà. 
Tengo stretta questa buona notizia consapevole che occasioni capaci di offrire un feedback così intenso e provante non si trovino spesso.
Anche quando l’epidemia raggiungeva il suo picco, pensare a una nuova società che poteva essere realizzata grazie al piccolo contributo che come semplici individui potevamo offrire, mi ha aiutato a dare un senso alla continua ricerca di soluzioni alternative tipiche di questi mesi.
Grande speranza mi è arrivata dall’esempio di tanti professionisti che nei modi più diversi hanno cercato di mettere a disposizione le proprie competenze realizzando mezzi di fortuna (penso alle maschere da snorkeling reinventante per i reparti di terapia intensiva ) e dai tanti gesti di generosità spontanea che hanno preso vita nei mesi. Ulteriore conferma che le possibilità e le capacità umane ci sono, ma devono trovare maggior considerazione e spazio anche al di fuori dell’emergenze.


Tematiche come l’ambiente, l’uguaglianza sociale, l’importanza di una sanità pubblica forte, il ruolo dell’informazione e l’importanza della verifica delle fonti sono tutti argomenti che già avevano bisogno di essere ridiscussi e che il covid-19 ha semplicemente riportato alla luce dopo che per anni erano stati nascosti sotto il tappeto.
Se per rimetterli al centro delle nostre priorità e consolidarne le fondamenta è servita una crisi e un periodo di grande incertezza… penso sia solo una responsabilità, e non una maledizione “vivere in tempi interessanti”.

 Una responsabilità di cui essere all’altezza.

Giovane filmmaker, Manuel Camia è amministratore delegato dell’associazione culturale Chora e autore del pluripremiato documentario Plastic River . Qui il suo nuovo sito

Plastic River teaser from Manuel Bob Camia on Vimeo.

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Realtà Aumentata, svolta di un domani che è già iniziato
(Mauro, Milano)

La crisi sanitaria (e la crisi economica che ne consegue) ci ha insegnato che dobbiamo creare aziende con processi più resilienti. Questa consapevolezza ci porterà nel breve termine a un incremento dell’automazione: entreranno in scena prevalentemente robot e intelligenza artificiale con cui l’essere umano potrà interagire attraverso interfacce in Realtà Aumentata.

Da 11 anni mi occupo proprio di realtà aumentata, una tecnologia che permette di ottenere informazioni rilevanti su qualsiasi oggetto, ambiente o persone. Ho iniziato ad interessarmi a questo settore con l’ambizione di creare uno strumento che potesse aiutarci a ottenere l’informazione giusta al momento giusto in qualsiasi contesto.

Era il 2010 quando uno dei primi grandi supporter di JoinPad, Roberto Bonzio, mi propose un’intervista su Italiani di Frontiera…

Dieci anni fa la realtà aumentata era una tecnologia nuova e poco conosciuta, usata per lo più per lanciare delle campagne commerciali sfruttando il suo naturale effetto scenico.

(nel video: Adidas Originals Augmented Reality Sneaker Experience 2010)

Io e il mio team eravamo convinti che il potenziale della tecnologia fosse altamente sottovalutato e che, grazie alle sue caratteristiche, se fosse stata utilizzata nel settore industriale avrebbe potuto creare nuove ed importanti opportunità. Per esempio,  condividere la conoscenza specializzata per operare su un macchinario con persone che non abbiano avuto un addestramento specifico. Di conseguenza, con la giusta applicazione AR sarebbe stato possibile ridurre gli spostamenti di tecnici specializzati, ottimizzare i tempi e risparmiare tanti soldi in viaggi, formazione e addirittura prevenire errori o interruzioni non previste dei macchinari.

(nella foto: applicazione Smart Assistance di JoinPad su tablet Samsung Tab Active Pro) 

Nasce così Smart Assistance di JoinPad, uno strumento di video streaming per la teleassistenza, che consente di collegare un esperto in remoto e un lavoratore sul campo in tempo reale durante le operazioni di manutenzione, e di condividere informazioni in Realtà Aumentata direttamente nell’ambiente di lavoro.

(Nel video Smart Assistance per Alstom: Augmented Reality support for train maintenance)

Durante l’emergenza sanitaria del 2020 e il conseguente lockdown, Smart Assistance è stata una delle applicazioni più richieste dalle aziende, registrando un incremento della domanda del 980% in più rispetto all’anno precedente, per garantire la continuità operativa minima ai propri clienti.   All’inizio è stato complesso convincere le aziende italiane, che per mentalità erano particolarmente restie ad adottare una soluzione che sembrava uscita da un film di fantascienza. Mi ricordo ancora il manager di una grande multinazionale che durante la mia presentazione mi fermò dicendo: “Perdonami, ma questa soluzione è troppo innovativa per noi! A noi serve qualcosa di più modesto…”, era ovviamente spaventato, non dalla soluzione in sé, ma dal cambiamento. La paura del cambiamento rappresenta da sempre il vero ostacolo all’innovazione, ma è un problema puramente umano e decisamente superabile, lo dimostra il fatto che oggi utilizziamo lo smartphone e non il telegrafo per comunicare a distanza (persino il manager dell’aneddoto che ho citato!).

In questi anni JoinPad è cresciuta, da startup è passata a essere un gruppo internazionale con sede principale in Italia e società presenti in Cina e Stati Uniti. Una crescita organica che ci ha permesso di sopravvivere in un mercato dove competitor esteri hanno bruciato centinaia di milioni di euro di investimento, e di  lavorare con grandi brand come ABB, Siemens, GE Group, Alstom, Samsung e molti altri. Quello a cui abbiamo potuto assistere in 10 anni è stato un cambiamento epocale nel settore industriale. Girando le fabbriche del mondo abbiamo potuto vedere come il trend dell’industria 4.0 non sia un’opzione ma la sola strategia percorribile per una società che vuole sopravvivere ed essere competitiva in un mondo globalizzato e costantemente connesso.

Un mondo connesso che ha mostrato le sue debolezze durante l’epidemia globale di Covid19. Un brutto periodo che nel nostro piccolo abbiamo cercato di attenuare, adeguando i nostri prodotti durante l’emergenza di Wuhan, per migliorare il coordinamento a distanza del team medico cinese. Ma come sappiamo la crisi ha colpito duramente anche le nostre aziende. Fabbriche, impianti di smistamento logistico e relativi processi sono ancora analogici o  strettamente legati all’attività dell’essere umano. L’Italia non solo ha “subito” questa inflessione ma in qualche modo ne è diventata suo malgrado la causa, provocando conseguenze a livello internazionale: siamo al 5° posto nel mondo dell’esportazione di macchinari industriali, un business che necessita un continuo supporto nei confronti del cliente. E se i tecnici non possono viaggiare, le attività lavorative si fermano. 

Ho assistito personalmente al preludio di un futuro prossimo diverso due anni fa, durante la visita presso gli stabilimenti di un nostro partner cinese, Janus Technologies, una società che si occupa di vendere linee di produzione per le cosiddette “Smart Factories” dei produttori di smartphone. Si tratta di stabilimenti dove tutti i processi vengono automatizzati, dall’assemblaggio allo smistamento logistico; tutto avviene attraverso macchine e robot grazie a svariati protocolli di comunicazione, scambio di dati e algoritmi che dirigono e ottimizzano le attività dei bracci robotici.

Le analisi dicono che più dell’89% delle aziende hanno riscontrato fermi macchina non pianificati negli ultimi 3 anni, con un costo medio di 260mila euro all’ora. Quello che ne deduciamo è che l’incremento dell’automazione renderà i processi più robusti ma anche più complessi da gestire.  In questo contesto, l’essere umano continua e continuerà ad esistere nella figura del manutentore, il tecnico che deve intervenire quando le cose non vanno per il verso giusto. Questa tecnologia dunque punta a potenziare le capacità umane, non a sostituire l’uomo con la macchina.

  Gli esseri umani che dovranno gestire questa “torre di Babele industriale” dovranno avere una conoscenza trasversale di molti argomenti, e riuscire a dialogare con le macchine in modo da risolvere i problemi nel minor tempo possibile. Ecco quindi la domanda indispensabile per capire il futuro prossimo dell’ambiente industriale: il tecnico come potrà essere in grado di accumulare conoscenza in un ecosistema così complesso? La Realtà Aumentata abbinata all’Intelligenza Artificiale forniscono la risposta: una AI a disposizione dell’essere umano che facilita la comunicazione e l’interazione con le macchine, utilizzando interfacce immersive. In JoinPad noi le chiamiamo Co-AI (Collaborative AI). Questo sarà possibile poiché le AI terranno conto di diverse variabili in pochissimi secondi quali strumenti a disposizione, Big-Data, repository di conoscenza, altri esseri umani coinvolti, spazio e tempo, a un livello non raggiungibile dalle sole capacità umane.

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Le Co-AI non sono il futuro, rappresentano il presente, il primo passo per rendere la conoscenza una commodity. Questo nuovo approccio estende le capacità dell’essere umano di far fronte alle emergenze attuali, rendendo le aziende in campo industriale più solide anche in situazioni impreviste.

Senza limitarci al mondo delle industrie e del lavoro, l’Intelligenza Artificiale abbinata alla Realtà Aumentata potenziano le possibilità di affrontare con successo le sfide più ambiziose del futuro dell’essere umano: la colonizzazione dello spazio, la protezione del nostro pianeta e la conservazione della nostra specie.

Mauro Rubin nato a Torino è fondatore e amministratore delegato di JoinPad, società di Realtà Aumentata con sede a Milano e uffici in Cina, Brasile e Stati Uniti.

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Impareremo dalle avversità, come da italiani abbiamo sempre fatto
(Luca, San Francisco)

Per la prima volta da quando ho lasciato l’Italia più di 20 anni fa, sento che è inarrivabile.

Non lontana. Lontana lo è sempre stata. Ma adesso è proprio irraggiungibile. Un sentimento nuovo, inesplorato. Ho sempre pensato di poter prendere un aereo ed essere lì, in qualsiasi momento. Non in un attimo, perché la distanza dalla California è sempre stata importante. Ma adesso è una distanza impossibile. Come una maratona che non finisce mai. Inimmaginabile.

Per oltre 30 anni, prima in Italia e poi negli Stati Uniti, ho lavorato in agenzie di comunicazione e marketing, aiutando aziende grandi o piccole, locali o globali, a creare legami importanti e autentici con i propri consumatori, clienti, dipendenti, comunità locali o in rete, investitori o azionisti. Ho avuto la fortuna di lavorare con imprese che hanno rivoluzionato il mondo, da Apple ad Intel.

Poi, poco più di un anno fa, ho deciso di mettermi in proprio. Volevo avere più tempo per me, per la mia famiglia, e per aiutare la non-profit di mia moglie che combatte il razzismo, creando nuovi storytellers provenienti da famiglie emarginate. Se cambi chi racconta le storie, cambi le storie e cancelli i pregiudizi creati dalle stesse. Ma sentivo anche una necessità, quasi viscerale, di lavorare di più con l’Italia, di aiutare questo paese tanto bello quanto in difficoltà. Con l’idea, forse un po’ americana, di “give back.” Ho pensato: “L’essere italiano mi ha giovato e portato fortuna nel corso della mia carriera. E’ ora di contraccambiare”. Mettiamo la mia esperienza e i capelli brizzolati— un modo elegante per non dire grigi— a disposizione delle tante aziende innovative italiane. Tutto questo, ho pensato, mi porterà anche a passare più tempo in Italia, visitando famigliari e amici, tra una pizza come si deve e un tiramisù fatto in casa. Non male. Convinto, nell’ottobre del 2019, ho lanciato “Penati and Partners” con l’obiettivo di aiutare “agencies and brands reach their full potential, while saving time and money”. La nuova avventura è iniziata alla grande, lavorando immediatamente su alcuni progetti interessanti, anche con un paio di aziende con forti legami con l’Italia. Poi… il Covid-19 è arrivato. Cambiando tutto. Stravolgendo tutto, incluso i collegamenti aerei tra gli Stati Uniti e l’Europa.

E così, almeno per un po’, non potrò visitare il Bel Paese, il mio Paese. Sembra un niente, un inconveniente, ma non lo è. È qualcosa di più profondo. È come se il cordone ombelicale che ci teneva ancora uniti, fosse stato improvvisamente tagliato, senza avviso. Mi sento come si dovevano sentire gli emigranti del ‘900. D’America o d’Argentina. Con un oceano praticamente invalicabile alle spalle, un ostacolo insormontabile per chi volesse tornare indietro. Ovviamente con tutti i dovuti raffronti. Io da privilegiato, loro da esploratori, conoscitori dei sentieri percorsi, ma inconsapevoli di ciò che gli stava davanti. Io con FaceTime, GPS e una bella casa vicino al mare. Loro spesso analfabeti, senza mezzi di comunicazione adeguati, e due lire in tasca.

Ma come loro sento il bisogno, più che mai, di sentirla vicina, raggiungibile. Come se non ci fossimo mai lasciati. Ho così riscoperto la gioia di leggere libri italiani, portati con me negli anni, ma dimenticati sullo scaffale della libreria. Se quando sono venuto qua, avevo una fame continua di assorbire la cultura Americana e del mondo intero, adesso sento ugualmente forte il richiamo alle mie radici. Più che mai ascolto artisti italiani. Scoprendo, o meglio, riscoprendo che l’Italia è un paese di poeti musicisti. Con mia moglie cinese-americana, facciamo la pasta con la macchina a manovella, il pesto con il basilico coltivato dalla vicina, e l’Amatriciana con il guanciale prodotto localmente. Perché il cibo è memoria. E’ l’aereo che non posso prendere, il viaggio che non posso fare, gli amici e i famigliari che non posso abbracciare, i clienti che non posso incontrare.

Allora guardo le copertine sbiadite dei miei, ormai vecchi, libri italiani e mi ci tuffo dentro, scoprendo storie piene di colori, vita e sapori. E in quell’istante, immediatamente, mi sento più vicino di sempre al mio Paese. Come se non fossi mai andato via. 

Ma siamo italiani. Le avversità ci hanno sempre fatto compagnia. E sempre, impariamo qualcosa per uscirne migliori. Sarà così anche questa volta.

Luca Penati è il founder e chief advisor di Penati & Partners, uno studio di consulenza di comunicazione strategica con sede a San Francisco | Silicon Valley, California.

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Proiettato nel futuro chi ha capito che nulla tornerà come prima
(Filippo, Meda)


Il nostro settore è stato colpito nel momento più importante della stagione, quello del Salone del Mobile, provocando danni inquantificabili su tutta la filiera. Io e i miei collaboratori abbiamo trascorso gli ultimi tre mesi lavorando sodo per combattere l’incertezza dilagante che la crisi sanitaria stava producendo.
In due settimane, a partire da quel 9 marzo durante il quale abbiamo deciso di chiudere temporaneamente i nostri negozi, abbiamo stravolto il nostro sistema di marketing e di vendita facendo leva sulla nostra forza digitale, servendo i nostri clienti attraverso le piattaforme web e creando con loro progetti di design molto sofisticati.
La nostra capacità di trasformarci e di trasformare la nostra azienda in così poco tempo, è stata l’esperienza più importante degli ultimi anni.
Abbiamo studiato molto, cosa che molte aziende non fanno, soprattutto nel nostro settore.

Quando abbiamo iniziato, 2002, chiunque nel nostro mondo ti diceva in faccia che da quella parte, un mobilificio online, non ci sarebbe stato futuro perché il nostro settore era molto fisico, le persone dovevano toccare i prodotti, dovevano frequentare i negozi e nessuno mai sarebbe riuscito a vendere online addirittura un divano, che invece ha un comfort dei tessuti delle trame da toccare o delle soluzioni da vedere.

Noi abbiamo fatto le prime campagne su Google adwords e iniziato a studiare il web marketing ma anche a scrivere su un blog, siamo stati gli autori senza volerlo del primo blog nel nostro settore. Iniziando a farci tanti amici e a raccontare tutto quello che in qualche modo ci faceva innamorare.

Non solo marketing. Volevamo un contatto diretto con tante persone nel mondo ma  in realtà dal nostro piccolo laboratorio di Meda era difficile fare perché erano necessari grandi budget che erano in mano solo a grandi gruppi ai grandi nomi che facevano Salone… quindi abbiamo creato uno sviluppo non materiale del business e del marketing. E in questo, in queste settimane ci siamo trovati a mettere in pratica quello che in qualche modo facciamo veramente da tanti anni, anche se nel tempo oltre allo sviluppo digitale abbiamo poi coltivato un insieme di attività che ci permettevano di fare l’unica cosa che volevamo e sapevamo fare: relazionarci con il cliente finale, in un settore come il nostro in cui la catena del valore è molto lunga, i grandi marchi spesso non parlano con il cliente finale…

Internet è diventato un modo per relazionarsi con i clienti conoscerli direttamente. E quindi quando è successo che la Brianza ha iniziato a chiudere i battenti e anche i nostri negozi dovevano essere chiusi, abbiamo ricominciato a concentrarci nella relazione col cliente senza lo spazio fisico finale e questo ha prodotto un risultato molto molto interessante: nel momento in cui i negozi hanno chiuso abbiamo aperto un altro negozio virtual, un ecommerce in cinque lingue al quale abbiamo aggiunto anche il cinese, ricominciando a vendere online con tutti i nostri ragazzi al fianco e stiamo continuando farlo e questo sta aprendo a delle nuove formule delle nuove idee che forse potranno innescarsi e forse rimanere dopo l’emergenza.

L’errore più grande che si può fare ora è pensare (e sperare) che tutto torni come prima. Quando è chiaro che nulla tornerà come prima. Chi l’ha capito, è già proiettato verso il futuro.
Chi invece non l’ha fatto, rischia di soccombere molto velocemente.

Noi l’abbiamo capito il 9 marzo e oggi stiamo pianificando il nostro business a 5 anni con un modello figlio della nostra esperienza digitale degli ultimi 15 anni, dell’esperienza fatta nel retail degli ultimi 5 anni e, inutile negarlo, dell’esperienza preziosissima degli ultimi 3 mesi.

Il consiglio che posso dare in questo momento è quello di studiare. Imparare e mettere in pratica da subito. Fare impresa oggi non è semplice e mai come ora non è possibile improvvisare.

Filippo Berto è amministratore delegato di Bertosalotti a Meda, Brianza, pioniere nell’uso del web e dei social per un settore tradizionale come quello dei mobili. Qui il suo blog.

Qui il confronto tra Filippo e David Bevilacqua (EnergyWay), già ceo di Cisco Italia, nel recente webinar Italiani di Frontiera sulla piattaforma Rinascita Digitale ,